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Nemmeno una medaglia agli eroi di Nassiriya
   
di Francesco Battistini su Il Corriere della Sera del 2 giugno 2005  
   

Carabiniere Bruno Massimiliano: assente. Vicebrigadiere Coletta Giuseppe: assente. Tenente Ficuciello Massimo: assente. Carabiniere Trincone Alfonso: assente... Ma il giorno quirinalizio della medaglia d’oro al valor militare per Nicola Calipari, il 2 giugno dei Fori Imperiali listati a lutto per i quattro elicotteristi morti in Iraq, dove sono finiti i Caduti di Nassiriya? Che ne è di quei diciannove morti nella strage del 2003?
«Lo so che sembra incredibile — dice Tiziana Montalto, vedova del maresciallo Alfio Ragazzi —, però nessuno ci ha ancora dato niente. Allora, dissero tutti che era stato un massacro spaventoso, il peggiore del dopoguerra. Il giorno dopo, annunciarono addirittura che li avrebbero fatti Beati. Beati! Invece è passato un anno e mezzo e siamo come prima: per questi eroi, perché d’eroi si tratta, non ci sono medaglie d’oro, neanche d’argento. Abbiamo scritto a Ciampi. Abbiamo chiesto spiegazioni. Ci hanno risposto che si tratta soltanto d’un ritardo. Ma io lo so che non è un ritardo. E che non ci sarà mai una medaglia d’oro al valor militare, per Alfio...».
Martiri per nulla. Stare mesi a Nassiriya con il cuore in gola. Saltare in aria su 500 chili di tritolo. Morire facendo scudo col proprio corpo ad altri che si salvarono. Non basta. Sono già passate due Feste della Repubblica dai kamikaze di quel 12 novembre e nessuno ha deciso che tipo d’onore meritino i dodici carabinieri, i cinque soldati, i due civili che tutta l’Italia pianse. La burocrazia militare — spiega una fonte del ministero della Difesa—è rimasta mesi impantanata in un nonsense bellico che tanto somiglia al famoso Comma 22 del romanzo di Heller: si può dare una medaglia al valor militare a uomini che non stavano in guerra ma, secondo quanto hanno stabilito governo e Parlamento, svolgevano una missione di pace? E si può conferirla a soldati che muoiono quasi senza accorgersene, senza reagire all’attacco?
No, è stata la risposta, non si può: meglio liquidare la faccenda con un disegno di legge apposito (che da tre mesi sonnecchia in Parlamento) e proporre un’onorificenza d’altro tipo, la Croce d’oro, che celebri i Caduti di Nassiriya ma non li paragoni a quelli delle guerre «vere». Perché, com’è noto, in Iraq non siamo in guerra e la medaglia a Calipari, eroe civile decorato come un militare, è una circostanza straordinaria.
«Io — dice Tiziana — abbraccio la famiglia Calipari. Merita i più grandi onori e sta facendo la mia stessa, dolorosa strada. Una medaglia o un’altra, poi, non mi restituiscono Alfio. Però, che amarezza, stare così ad aspettare...». Il 9 marzo, stanche d’aspettare e indignate dalle cose che sentivano sulla guerriglia irachena, Tiziana e tre altre mogli— Alessandra Savio, vedova del maresciallo Filippo Merlino; Sabrina Brancato, vedova del maresciallo Giovanni Cavallaro; Paola Cohen Gialli, vedova del carabiniere Enzo Fregosi — hanno scritto una durissima lettera a Ciampi. Occasione della protesta, alcune parole «improvvide e assurde» di Giuliana Sgrena, la giornalista del manifesto rapita in Iraq che «ha giustificato le azioni di chi ha sgozzato, sparato, messo bombe», dichiarazioni con cui «i nostri congiunti sono stati uccisi una seconda volta e infangati nella memoria».
Si sono sentite dimenticate e anche un po’ guardate con sospetto, le famiglie di Nassiriya, e al Capo dello Stato — «a lei e a sua moglie che ci siete stati vicini »—hanno ricordato di «non conoscere ancora l’esito delle indagini sull’attentato», hanno fatto presente la medaglia negata, hanno chiesto di «assumersi l’onere della difesa della memoria, in nome e per conto di quella Patria per servire la quale i nostri familiari hanno perso la vita».
La lettera finora non è servita a granché, dice una vedova che non ha firmato macondivide la protesta: «È arrivata una breve risposta, firmata da una vicesegretaria del Quirinale, che "auspica" una rapida approvazione del disegno di legge. Ma nessuno ci spiega perché l’Arma dei Carabinieri aveva proposto la massima onorificenza, la medaglia d’oro, e non è riuscita ad averla. Molti ci sono stati vicini, sia chiaro, abbiamo ricevuto anche dallo Stato e dalle Forze armate un grande sostegno. E noi accettiamo la Croce d’oro, perché è pur sempre un riconoscimento. Ma non è giusto che si leda la dignità di chi ha lavorato mesi, e poi è morto, per dare un po’ di pace agli iracheni». «Uno dei nostri mariti — aggiunge un’altra vedova — aveva un’emorragia interna, eppure ha scavato fra le macerie per estrarre i feriti, prima di morire. Un altro s’è buttato su un commilitone e l’ha salvato. È un eroismo di serie B, questo?».
Dura sopravvivere, da allora. Sottovoce, dalle famiglie esce il racconto di vite a metà: una mamma che ha un bambino di 8 anni in cura per disturbi neurologici, un’altra che spinge su una carrozzella il figlio di 15 («passa le giornate a raccogliere foto e articoli di suo papà, vuole farne un libro »)...
In più d’un caso, ricevere una medaglia d’oro farebbe qualche differenza: «Per la burocrazia italiana— dice una vedova —, la Croce d’oro non ha la stessa importanza delle altre decorazioni. A esempio, a questi morti non potrà mai essere intitolata una caserma o una scuola militare. E i nostri figli, se un giorno faranno un concorso pubblico, non avranno diritto ai punteggi speciali che spettano, invece, ai figli di medaglie d’oro». Cose importanti, ma che importano a poche: «È l’ultimo problema —a parlare è Tiziana —. Il riconoscimento va a loro, i Caduti, a quello che hanno fatto. Conta l’esempio che possono dare. Serve a qualcuno? In questo anno e mezzo, ho sentito tante parole. Maerano soltanto parole, appunto. E se ne sono volate via con il vento».