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Ricordo di
Umberto Agnelli, un anno dopo. L'anniversario della scomparsa


E’ scomparso proprio quando l’itinerario di risanamento della Fiat era appena avviato: oggi se ne colgono i primi risultati concreti. La fiducia in un’azienda «determinante per l’economia italiana»

di Marco Zatterin su La Stampa web

 
Durante il volo di ritorno da una breve visita in Giappone, nella «sua» Tokyo che sempre lo accoglieva con gli onori riservati ai grandi, Umberto Agnelli confessò che una delle cose che meno gli piacevano dell'Italia era la natura di «Paese in cui uno dice una cosa e tutti si accodano». Diceva di trovarsi a proprio agio nella tranquillità delle lunghe trasvolate asiatiche, le considerava finalmente una pausa fra gli incessanti impegni che gli affollavano l'agenda. In quella tranquillità si concesse una riflessione sapida sul «Paese conformista» che ben raffigura l'animo di chi aveva voluto sempre scegliere da solo, accettando con coerenza e discrezione il titolo de «l'altro Agnelli» sino al momento in cui le circostanze lo avevano riproiettato in prima linea. «Bisogna prendere la vita con coraggio», affermò quando divenne presidente della Fiat alla morte del fratello Giovanni. Era una questione di responsabilità, sapeva di dover assumere con forza un impegno di cui la casa torinese aveva bisogno. Per aprire una nuova strada e non accodarsi, occorrevano forza, rigore e, per l'appunto, coraggio.

Il dottor Agnelli non mostrò mai dubbi. «Ce la faremo, ne usciremo a testa alta», divenne presto un motto irrinunciabile. Affrontò di petto la crisi del gigante dell'auto, colosso stanco e gravato dai debiti, non si poteva avere esitazioni nel programmare la via del rilancio: «Dobbiamo tornare ad essere orgogliosi della Fiat». Si sedette alla sua scrivania nella palazzina del Lingotto il 20 febbraio 2003, come gli aveva chiesto il fratello, convinto che fosse un preciso dovere della famiglia Agnelli quello di guidare la multinazionale torinese in mezzo al guado. «Mi sono avvicinato tante volte a questo incarico - ammise con l'entusiasmo di sempre -, ma oggi è diverso. C'è bisogno di un impegno particolare». Dal bilancio 2003 emergeva un risultato operativo netto consolidato negativo per 4,3 miliardi di euro, con ricavi in flessione a 55 miliardi, quote di mercato in frenata, un'età media dei modelli doppia rispetto a quella dei concorrenti giapponesi. Era una situazione complicata, questo era chiaro anche al nuovo presidente.

La successione non fu evento scontato. A settant'anni - dopo gli esordi in Fiat France, la Juventus e la Toro, la breve stagione in corso Marconi - Umberto Agnelli si era conquistato un'immagine fortunata di scopritore di buoni affari facendo dell'Ifil, a partire dalla fine degli anni Ottanta, una finanziaria dinamica e ricca d'intuizioni. Il Dottore aveva amministrato la cassaforte della famiglia investendo in partecipazioni anticicliche e tessendo una lunga serie di grandi accordi internazionali. Europeista convinto, aveva un senso spiccato delle relazioni internazionali. Nel curriculum della holding di Corso Matteotti spiccano nomi come Danone, Galbani, Worms, Accor, Rinascente, Sgs, selezionati con il preciso obiettivo di stare un passo davanti agli altri in settori innovativi. Per questo avrebbe anche potuto valutare un rifiuto, magari attribuendosi un ruolo da gran consigliere per i suoi manager. Ma non sarebbe stato lui.

Difatti non perse tempo. Rinnovò il vertice operativo e insieme con l'amministratore delegato Giuseppe Morchio, proveniente dalla Pirelli, in quattro mesi fissò l'itinerario del risanamento, una strategia a 360 gradi che avrebbe dovuto riportare il gruppo Fiat a produrre utili in tre anni, ovvero nel 2005. Volle un Cda di altissimo livello e chiamò quale consigliere indipendente un manager in quel momento noto a pochi, l'italocanadese Sergio Marchionne. In autunno, sebbene fosse prematuro pensare alle celebrazioni, il clima era già venato da un sottile ottimismo. Dopo un 2003 che per la Fiat «ereditava una situazione preoccupante», i primi tre mesi del 2004 si presentarono con la fotografia di un gruppo in linea «per tempi e miglioramento» con la tabella di marcia. Il presidente assicurò che il rilancio della casa torinese non era più un'ipotesi, bensì un progetto che si stava avviando.

Decidere di fare un passo indietro e due avanti, scegliere l'auto come stella polare del gruppo e mettere in vendita due dei gioielli di famiglia, le assicurazioni Toro e la Fiat Avio, per puntare sul settore invischiato nella congiuntura meno favorevole, non fu un processo indolore. Era la scommessa di chi vuol fare il battistrada. Ci credeva davvero, Umberto Agnelli. Aveva fiducia nella sua città, Torino, nelle possibilità dell'industria italiana dell'automobile. Pertanto, ne aveva nella Fiat, «un'azienda ancora determinante per l'economia italiana».

La vita è però quella cosa che succede quando meno te l'aspetti. Ai primi di maggio di un anno fa il Financial Times mise in nero su rosa ciò che molti bisbigliavano da tempo, e la malattia di Agnelli divenne una notizia. Nella notte fra il 27 e il 28 maggio, il dottor Umberto si arrese e tutti pensarono che fosse successo in fretta, troppo in fretta. La tragedia della famiglia si unì a quella dell'industriale fermato a metà del lavoro, un'opera portata avanti con determinazione dai successori, il nipote John Elkann, il presidente Montezemolo e l'ad Marchionne. Aveva detto «ce la faremo» e il gruppo Fiat è tornato a guadagnare in questo 2005. Proprio come Umberto Agnelli aveva promesso.

Descrivono bene l'uomo, le parole con cui Sergio Pininfarina lo ha dipinto pochi giorni fa: «Aveva un carattere più riflessivo del fratello. Era meno impulsivo e, per molti versi, la sua personalità era simile alla mia. La nostra amicizia è stata lunga e il tempo non ha fatto altro che renderla più intensa». «Un piemontese contrario ad ogni retorica» lo aveva definito l'Avvocato. Credeva nel capitalismo familiare, persuaso che la presenza del proprio nome sul marchio di fabbrica desse un orizzonte più lungo e «minor ansia di ritorni immediati». Chi l'ha conosciuto bene ne ricorda le frasi taglienti, lo sguardo profondo, la curiosità e la voglia di fare, e lamenta che tutto sia accaduto troppo presto. Sarebbe stato contento di vedere una Fiat ancora convalescente che però produce ricchezza. E anche che l'allenatore scelto per la Juventus ha vinto lo scudetto al primo tentativo. Sarebbero stati due motivi per riscoprirsi orgoglioso. Per poi guardare avanti e rimettersi, come sempre, al lavoro su un nuovo progetto.
A un anno dalla scomparsa, avvenuta nella notte del 27 maggio 2004, oggi alle 18 al Santuario della Consolata verrà celebrata una messa in ricordo di Umberto Agnelli. Il presidente della Fiat verrà ricordato nella chiesa più amata dai torinesi alla presenza dei famigliari: la moglie Allegra ed i figli Anna e Andrea. Attesi anche i nipoti John e Lapo Elkann (foto) e una folta rappresentanza di parenti. Alla Consolata ci saranno anche l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne ed altri vertici dell'azienda, rappresentanti del mondo industriale e finanziario, le autorità cittadine e della regione e dirigenti e giocatori della Juventus.

27 maggio 2005