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IL GIARDINO DEL LUPPOLO

di Silvia Di Natale

Edizione  Feltrinelli - Collana I Narratori

Pagine 304

Prezzo Euro 16,00


Il nuovo libro di Silvia Di Natale, dopo l'esordio di Kuraj bello e fortunato. Le allucinazione premonitrici di Adolf Kolmar, il precipitare della Germania nel baratro del nazismo, gli amori, i turbamenti, le accensioni mistiche di un giovane non allineato.

 

da www.feltrinelli.it
Adolf Kolmar è un giovane sensibile, emotivamente e psichicamente instabile. Dalla fine degli anni venti fino a tutto il secondo conflitto mondiale, registra su di sé, senza avere né gli strumenti né la forza per opporvisi, il progressivo "allineamento" prodotto dal nazismo nella società tedesca. Non è un eroe, ma diventa – passando per il malessere e la follia – il catalizzatore dei segni che trascinano la Germania nella sua più grande tragedia.
Approfondimento

Dal fiore del luppolo si ricava la birra. Agli inizi del secolo il luppolo cresceva su alte pertiche all’interno di piantagioni recintate che venivano chiamate "giardini". La raccolta a mano coinvolgeva gran parte della popolazione vecchia e giovane dei villaggi. La storia di Adolf comincia nel 1910 a Muhlbach nell’Hallertau in mezzo alle colline coperte di luppolo. Adolf non è un ragazzo facile: soffre di crisi di soffocamento, è gracile e finisce con il coltivare un mondo interiore e un isolamento che fa a pugni con la franca irruenza del fratello Franz e con il solerte entusiasmo dell’amico Max. Le cose si fanno ancora più complicate quando, più in là, comincia a soffrire di allucinazioni e di visioni: è il Male (fantasmi, voci, apparizioni) che lo tiene all’erta, ed è un Male che, con l’avvento del nazismo, verrà sempre più a coincidere con il lucido presagio di una tragedia di proporzioni immani. Adolf non è un militante socialdemocratico o comunista (come l’amico Max, che finirà ben presto arrestato e ucciso): la sua è piuttosto una coscienza cristiana, irrorata di pacifismo quacchero, incline al compromesso ma pronta a destarsi in indignazione e furore quando Adolf è visitato dalle sue visioni. Scappa in America ma la permanenza oltreoceano dura poco: si sente seguito, pedinato, tacciato di essere una spia nazista e i parenti che lo ospitano gli preparano il ritorno in patria. È il 1937 e Adolf viene ricoverato in un ospedale psichiatrico – la diagnosi è "schizofrenia paranoide" – e curato con l’insulina. Segue un periodo più tranquillo in cui torna a studiare (è fine conoscitore della cultura francese) e a insegnare. Si innamora di Elke e il nuovo rapporto, dopo le timide infatuazioni di gioventù, sembra coronare un sogno. Ma non è così. Anche l’amore sembra figlio della sua follia e la felicità che lo attraversa gli pare infine appartenere a un altro uomo. Seguono caos e guerra. Eppure, malgrado la sua sensibilità lo esponga al pericolo, Adolf sembra passare indenne. Come se il mondo non lo ascoltasse. Come se la sua presenza non contasse. Come se fosse segnato da un’insondabile innocenza. O come se qualcuno lo proteggesse. E quanto più la Storia e le storie lo lasciano fuori, tanto più la sua follia legge il mondo e lo snuda.