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(da Quaderni Radicali.it) FERRAGOSTO ALLE TERME

di Turi Vasile


 

15 agosto 2003. Ho l’impressione che mai come quest’anno io abbia fatto e ricevuto tanti auguri di Buon ferragosto. Deve essere vero però: anche un mio amico ha avuto la stessa impressione, auguri come a natale, a Capodanno, a Pasqua.  Eppure dovrei ricordarmi dei miei giovanissimi anni a Messina dove il quindici agosto è festa grande dedicata alla Madonna dell’Assunta. I simulacri di un gigante e di una gigantessa a cavallo venivano trascinati a forza d’uomo lungo un tragitto obbligato dalla loro altezza, lo stesso che percorreva la “Vara” sulla cui sommità giravano in tondo i bambini vestiti da angioletti. A notte esplodevano nel cielo grandi grappoli di stelle che illuminavano di tutti i colori le acque dello Stretto e le due rive. Era una gara internazionale di giochi di fuoco affidati ai più valenti pirotecnici di Europa e oltre. Queste usanze durano ancora, ma dubito che riviste oggi possano procurarmi l’euforia e la gioia di allora. La mia visione del mondo è infatti cambiata, più radicalmente a causa della malasorte che inaspettata si è abbattuta sulla mia famiglia e su me stesso insieme con il gravame degli anni.

Mi sono rifugiato presso le terme, non per la cura delle acque ma per tentare di fuggire,invano,ai morsi dell’afa estiva quest’anno feroci come non mai. L’albergo in cui alloggio è confortevole e la sua cucina eccellente. Il menù esposto oggi su una bacheca inizia con “Antipasto in giardino”. Ho preso posto in una lunga veranda coperta che ha il vantaggio di essere  meno bollente e di dominare il giardino dove avrà luogo, diciamo così, il festino a giudicare dagli altoparlanti appesi ai lunghi fusti degli alberi, dai festoni imbalsamati per mancanza di un alito di vento, dalla lunga tavolata che un manipolo di camerieri in giacca bianca sta apparecchiando.

Accanto a mia moglie costretta su una sedia a rotelle osservo il defluire degli ospiti verso il giardino sottostante. Vanno lenti col passo incerto e malfermo, curvi su bastoni di tutte le fogge o sorretti a braccetto. Una coppia non fa mele le scale, si dirige verso di noi sotto il porticato e viene a sedersi al tavolo accanto. L’ucraina che bada con competenza ed amore a mia moglie ci informa: “ Sono madre e figlio”. Lei è un mucchietto d’ossa nascosto in una veste larga dalle maniche corte che le scoprono due braccia scarnite coperte di pelle cascante, in testa porta una parrucca  sale e pepe che sembra un nido d’uccello capovolto; piegata in due sembra una nanetta. Il figlio cammina piegato in due per sorreggerla; è un vecchio signore dal viso nobile illuminato da un dolce e paziente sorriso; accomoda la madre su una sedia a braccioli e alzandosi rivela una statura superiore a quella che lasciava supporre. E’ molto asciutto, un po’ ingobbito e con la testa curva che gli costringe il mento sul petto, come al grande finanziere Cuccia mostrato più volte in TV e sui giornali prima della sua morte. Il nostro gentiluomo porta la cinta dei calzoni sopra uno stomaco appena pronunciato, a differenza di altri che hanno la cinta sul fondo schiena dietro e allacciata all’altezza dell’inguine davanti, per sorreggere l’epa enorme offerta dalla tentazione di chi vorrebbe sgonfiarla con un punteruolo. Noto che il vecchio figlio tiene tra le mani una minuscola telecamera ultimo tipo, gioiello giapponese di una tecnologia molto avanzata. Indietreggia per riprendere la vecchissima madre che non pare apprezzare quell’attenzione filiale, fingendo persino di non accorgersene o di non gradirla. Forse per questo lui si sente autorizzato a riprendere gente intorno e quella sempre più numerosa nel giardino sottostante, vi scende anzi  e spazia, con la piccola camera puntata come un’arma, a diritta e a manca. Pare avido d’immagini, totali e dettagliate, da conservare nella teca della sua memoria e in quella dei suoi posteri; o semplicemente si trastulla, per un redivivo spirito infantile, con un giocattolo avuto in dono da un giovane parente o allievo.

Scendono intanto i pochi gradini gruppi sempre più folti di uomini e donne; queste lontanissime dal modello di Eva creato dal buon Dio per i sederi sfasciati dall’eccessiva opulenza, le gambe rese storte da anelli di grasso, i seni traboccanti o flaccidi, oppure inesistenti nei tipi magrissimi.

Due inservienti dell’albergo stanno aiutando una signora a fare gli scalini uno a uno; nonostante il caldo calza stivali di cuoio fino al ginocchio. “Porta protesi a gamba” – sussurra la nostra ucraina col suo tipico accento. Un’altra ospite appare: si sostiene su due bastoni, uno per mano, e in più è sorretta alle spalle da una filippina dal sorriso impenetrabile stampato perfettamente sulla faccia.

Il giardino è ora affollato; tutte le sedie più vicine alla grande tavolata sono state occupate; gente si trascina su e giù a fatica, ma c’è chi provvede a loro. Ospiti zelanti e camerieri saccheggiano nelle sale interne sedie e poltroncine da offrire ai più bisognosi.

Con uno scampanellio di tamburelli irrompono sulla scena due tipi con cioce allacciate da un cordoncino nero alle calze bianche, con brache corte e corpetto nero su una camicia candida e con un fazzoletto rosso al collo. Un animatore,microfono alla mano,annuncia che si tratta di due gemelli sedicenni. A passo di tarantella essi si dirigono tra gli applausi verso la pedana dove lì aspettano un organetto antico e una chitarra, proprio sotto i miei occhi. Noto che hanno i capelli irti sul cranio alla moda dei punk in contrasto col costume ciociaro di qualche secolo fa. Il dolce signore della telecamera li ha seguiti e si scatena a riprenderli mentre loro, impossessatisi degli strumenti, danno inizio a un repertorio composto di valzer, mazurche e polche. Nemmeno un one-step o un fox-trot già in voga ai tempi della mia infanzia.

Con sorpresa mi accorgo che la vecchissima signora dall’ampia gonna e dalle corte maniche sta battendo il tempo con la mano ossuta, sul cui dorso, offerto al mio sguardo, noto una ragnatela a rilievo di vene azzurre.

Il duo attacca un galop e fa ingresso nel campo visivo un cavallo. “ Che meraviglia !”- esclama mia moglie. E’ in effetti una magnifica bestia dal manto rossiccio e dalla criniera d’oro come la coda. In groppa,sopra la sella una gualdrappa ricamata; alla cavezza uno stalliere in costume. La gente ha accolto con un “oooh !” l’apparizione che avanza. Qualcuno estrae da terra soleva e mette in sella un bambino che per l’emozione non sa se piangere o ridere. Il cavallo ubbidisce al debole strattone dello stalliere e si mette al passo lungo il vialetto che circonda il giardino. A ogni giro un bambino scende e un altro o un’altra prende il suo posto. Non avrei immaginato che in quella folla senza prospettive si celassero tanti bambini dal lungo avvenire.

Dalla Hall sta uscendo uno stuolo di giovani ciociari in gonna nera e grembiule bianco merlettato; tengono alto vassoi colmi di cibarie da fare invidia ai party da me tante volte frequentati. La processione pagana si dirige alla grande tavola imbandita e vi depone i vassoi. Ci sono tartine, pizzette, chele di granchi, barchette di pasta frolla con crema di funghi o di carciofi o di tonno o di avocado, palline di riso farcite, crocchette di patate, panini all’olio imbottiti. A lato del tavolo un cuoco con il berrettone bianco tipico del suo ruolo frigge, in un padelline su di un fornello a gas alimentato da una bombola, fiori di zucca e filetti di baccalà.

Contrariamente alle mie precedenti esperienze gli ospiti non si sono precipitati a far ressa come orda famelica al buffet; parecchi si sono mossi ordinatamente in fila; molti restano seduti non osando avvicinarsi all’altare impacciati dai bastoni tenendo nell’altra mano tremante il piatto da riempire. Le giovani donne che hanno portato i vassoi si occupano di loro offrendo piatti con antipasti assortiti e bicchieri di thè alla pesca, di coca cola di aranciata e perché no? di vino bianco o rosso o di birra.

L’ucraina e mia sorella sono scese ad approvvigionarmi e a scegliere per mia moglie qualche piccola cosa adatta al suo stato. Al ritorno si accorgono che nessuno ha provveduto alla vecchissima donna infagotta e dalle braccia scoperte e si affrettano ad offrirle uno dei propi piatti che lei accetta con un triste sorriso di ringraziamento.

Insieme con la musica mi sembrano salire dal giardino, come da una grande conchiglia all’orecchio un batter di labbra, un tintinnio di dentiera, mangiano tutti con una golosità senza gioia, con una ingordigia inespressiva, come per un obbligo ineludibile.

Il signore della telecamera sale di corsa le scale con un piatto colmo nella mano libera; pare mortificato e confuso “scusami mamma – mormora chinandosi su di lei- mi ha trattenuto un amico”. Lei con un gesto non brusco ma significativo allontana il piatto offertale dal figlio. “Grazie- dice- ho già mangiato…” Se ti viene voglia,qui c’è tanta roba”- cerca ancora lui di scusarsi depositando il piatto sul tavolino. “ Non sono insaziabile!”-  esclama la vecchissima signora con un temperamento insospettato.

I due ciociari punk si esibiscono in una frenetica polca. Il cavallo accenna, subito dominato dallo stalliere, una impennata che provoca un grido di spavento nella bimba in sella, il nonno che la sostiene, l’abbraccia per farle coraggio e la fa scendere. Al centro del giardino si è fatto un vuoto per consentire a una coppia molto anziana ma arzilla di impegnarsi nel veloce ballo. La gente intorno applaude per convinzione o per scherno; il signor Sony abbandona di nuovo la madre e corre a immortalare l’avvenimento. “L’età è un’opinione!” sentenzia vicino a me una vegliarda agitando un ventaglio spagnolo sul viso. C’è orgoglio di rivincita nel tono della sua voce delegando a quella coppia la rappresentanza della sua generazione. Quasi a contraddirla, ora il ballerino barcolla, sta per crollare a terra ma lo sorregge la sua compagna insieme con due volenterosi. Lo adagiano su una poltroncina, gli fanno vento con un giornale; gli tastano il polso per sentire il battito. Sebbene ansimante lui rifiuta quelle premure e si sforza di sorridere. La musica si è intanto interrotta di colpo; il cavallo,insensibile, continua il girotondo senza il cavaliere in sella; il vecchio gentiluomo riprende la scena saltellando di qua e di là. Si fa largo tra la gente un signore in camice bianco e fonendoscopio al collo; si china sul ballerino esausto lo ausculta, lo aiuta ad alzarsi rassicurando tutti e lo conduce via seguito dalla ballerina che ha dimostrato la superiorità fisica del sesso femminile. La signora dal ventaglio spagnolo commenta a voce alta : “ Ad agosto, questo è il luogo ideale per ammalarsi! In città non trovi neppure un’infermiera che ti faccia un’iniezione e per raggiungere una farmacia aperta devi fare chilometri e chilometri” .

L’orchestrina riattacca a suonare: una mazurca con un ritmo molto più lento del solito, nel timore che qualche altra coppia ceda alla tentazione di sfidare i propri anni.

Inaspettato vibra nell’aria un colpo do gong ad annunziare il pranzo servito. Assai più stancamente per essere appesantiti dal cibo, gli ospiti risalgono la breve scalinata. Moltissimi si ritirano in camera senza passare per la sala da pranzo; Hanno ceduto all’ingordigia e sperano di alleggerire la pesantezza dello stomaco con bicarbonato e rimedi del genere.

Noi invece andiamo al nostro tavolo da pranzo per rifocillare mia moglie con i cibi frullati prescritti dal medico. Cerco con gli occhi la strana coppia di madre e figlio; si sono dileguati senza farsi notare. Per tornare finalmente nelle nostre camere attraversiamo la hall; al di là della grande vetrata vedo il giardino deserto, prodigiosamente riordinato del tutto. Mi viene il sospetto di aver ceduto alla mia inclinazione di visionario, che lo spettacolo in cui mi sono specchiato sia stato frutto della mia immaginazione. Mi smentisce mia moglie che così sintetizza il repentino cambiamento di scena: “Il bel cavallo biondo se n’è andato!”